La storia di Francesca Orlando è il punto di convergenza di tutti gli ingredienti del successo: curiosità e studio, passione e dedizione, creatività e sperimentazione. In questa intervista, la scrittrice racconta il suo percorso, tra obiettivi raggiunti e sogni ancora da realizzare.

Come ti descriveresti?
Sono una donna che non ha perso cuore e spirito di bambina. E questa è l’essenza che metto in tutto ciò che faccio.
È stata la mia laurea in filosofia ad insegnarmelo. La meraviglia e lo stupore dei primi filosofi greci sono ciò che caratterizza i bambini. Ho avuto la fortuna di conservare quella capacità di stupirmi e meravigliarmi. Un tempo non la ritenevo una fortuna come oggi, perché lo stupore e la meraviglia sono sempre andate di pari passo con la troppa emotività. Poi ho capito che essere emotivi significa avere la grande capacità di provare emozioni e di quelle emozioni ne ho fatto un mestiere: la scrittura, la comunicazione.
Sono una giornalista pubblicista e ho sempre lavorato nel mondo del giornalismo e della comunicazione fino ad arrivare all’amore per l’enogastronomia, che mi vede oggi legata a progetti editoriali del settore e al meraviglioso ruolo di docente di scrittura gastronomica.

Da dove è nata la passione per l’enogastronomia e quella per la scrittura?
La passione per la scrittura credo sia nata assieme a me. Da che ho ricordi, e quindi sin da piccola, ho sempre scritto. Sai, ognuno di noi nasce con un dono, un’arte innata: la mia è la penna.
E non è un’autocelebrazione. Un dono non è solo qualcosa che ci viene bene d’istinto, è soprattutto qualcosa senza cui non riesci a vivere, e che ti aiuta a stare bene; qualcosa senza cui senti di non essere completa. La scrittura mi ha salvata tante volte nella vita ed è il vero e unico mezzo attraverso il quale riesco a raccontarmi, a esprimere ciò che sento e, allo stesso modo, a raccontare gli altri. Togliermi la scrittura sarebbe come togliermi l’aria. Quella per l’enogastronomia invece è una passione nata con gli anni. Fino all’età adulta, diciamo fino ai 30 anni, non ho mai avuto un gran bel rapporto con il cibo. Poi è scattato qualcosa dentro di me, per assurdo anche grazie a un’intolleranza al lattosio che mi ha costretta a rivedere la mia dieta e che mi ha fatto capire quanto cibo e benessere psico-fisico siano collegati. Ho iniziato a leggere, a studiare, e ciò che mi ha affascinata, anzi rapita, è stata la presa di coscienza di come attraverso le tradizioni culinarie possiamo raccontare e tramandare le culture dei luoghi. A me piace raccontare storie e ho capito che volevo essere una delle voci a testimonianza delle meravigliose tradizioni enogastronomiche della nostra Italia. Il passo successivo, ovviamente, è stato l’approfondimento della storia dell’enogastronomia e il mio iniziare a raccontare le storie e le cucine dei ristoratori.

Come hai iniziato il tuo percorso per diventare giornalista enogastronomica?
Sono giornalista pubblicista dal 2000 e ho sempre collaborato con diverse testate giornalistiche, dai quotidiani locali al Sole 24 Ore fino a mensili di economia e cultura. Da un lato, dedicarmi al giornalismo enogastronomico ha comportato passare a una tematica diversa e specifica, avendo già una formazione ed esperienza giornalistica; ma dall’altro ha ovviamente richiesto lo studio del settore, delle tecniche, della cucina. Scrivere di enogastronomia, come tutti i mestieri del resto, non è una cosa che ti inventi dalla sera alla mattina: lo studio e l’esperienza sono fondamentali e indispensabili. Ci tengo peraltro a sottolineare che essere giornalista enogastronomico non vuol dire essere un critico enogastronomico. Io non sono un critico; a me piace quello che io definisco “racconto enogastronomico”. Come ti dicevo, io amo raccontare storie, quelle vere e coinvolgenti dei luoghi e delle persone del mondo dell’enogastronomia.

Quanto è stata importante per te la formazione con Italian Food Academy? Cosa ti ha dato?
Decisi di seguire il Master in Critica Enogastronomica per approfondire cultura e conoscenze del settore. Il percorso mi ha permesso di capire dove davvero volevo andare con la mia penna.
Alcuni dei docenti hanno contribuito a fomentare il mio entusiasmo, a volere ancora di più da me stessa, a farmi comprendere lacune, punti deboli, ma anche la mia forza.
E con i miei colleghi di corso è stato bello condividere sogni e progetti e vederci poi ora, a distanza di anni, ognuno col suo grande o piccolo pezzo di sogno conquistato in tasca. Sono sempre le persone che fanno la differenza e saper cogliere da ciascuno il lato migliore è ciò che ti fa trarre conoscenza e crescita da ogni percorso.
Seguire il Master è stata un po’ una svolta per me: una volta rientrata a casa da Milano (dopo la fase d’aula, ndr) ho iniziato a dedicarmi solo al giornalismo enogastronomico, abbandonando articoli di cronaca o altro.

Cosa ami di più del tuo lavoro?
Amo tutto! Ma soprattutto, il grande onore di raccontare storie, progetti, sogni, vite di altre persone. È una grande responsabilità.

Quali chef hai conosciuto e cosa ti hanno lasciato in termini di conoscenze e di mentalità?
Ho incontrato e incontro tanti chef ed ognuno di loro mi lascia un pezzetto di conoscenza e consapevolezza in più.
È stato il Maestro Luigi Biasetto ad insegnarmi che non dobbiamo mai allontanarci dal nostro dono innato, perché altrimenti moriremo con il rimpianto di non aver mai vissuto veramente.
E a proposito di rimpianti, ricordo che dopo aver intervistato Francesco Panella c’era una sola frase che continuava a rimbombarmi nella testa: “Il rimpianto è qualcosa che ti porti dentro per sempre e io nella vita non voglio avere rimpianti”! Mangiando un risotto al pomodoro, basilico e plancton all’Harry’s di Trieste da Matteo Metullio ho chiuso gli occhi e mi sono ritrovata improvvisamente bambina a fare la conserva con nonna e mamma e ho capito che cucinare è come scrivere: se lo fai col cuore riesci a portare le persone altrove e dentro se stesse.
Potrei nominarti tanti altri cuochi, ma credo che questi tre esempi facciano davvero capire quanto questo lavoro può regalarti a livello di consapevolezza e crescita personale, al di là delle conoscenze tecniche enogastronomiche che ovviamente ti porti a casa dopo ogni incontro.

Come definiresti il tuo stile di scrittura?
Qualcuno mi ha definito una cantastorie. Oggi lo chiamano storytelling, a me piace chiamarla scrittura emotiva. Che vuol dire raccontare col cuore in mano cercando di toccare i cuori e le menti dei lettori attraverso storie di cui mi faccio portavoce. In questo senso, nei racconti enogastronomici ho trovato una casa perfetta, perché nulla più del cibo permette alla penna di portare sulla carta tutti e cinque i sensi. Ed è attraverso i sensi che si toccano le corde emotive.

Cosa cerchi di tirar fuori da ogni intervista, da ogni incontro con uno chef?
La vera essenza delle persone, la sincerità, la passione. Entrare in empatia non è qualcosa di così facile come può sembrare. A volte ti trovi davanti a cuochi che scopri essere tremendamente timidi, altri sono di poche parole, altri ancora arroganti. Amare questo lavoro vuol dire riuscire a mettere il tuo interlocutore a suo agio e farlo aprire. Quando ce la fai, quando poi le persone che intervisti ti regalano il loro cuore, beh è una sensazione indescrivibile. Uno dei ricordi più belli che ho in questo senso sono io, seduta su un divanetto in una saletta del D’O, chef Oldani di fronte a me, così preciso, elegante e professionale nelle risposte alle mie domande. E poi faccio per alzarmi e lui mi dice: “Ma no resti ancora un po’, è così bello chiacchierare con lei!”.
Non ti nego poi che di fronte ad alcune storie di vita di qualche cuoco mi sono emozionata fino alle lacrime. Incontrare persone che ti donano racconti ed emozioni veri: questo è impagabile.

Hai conosciuto diversi chef. Ci descriveresti qualcuno con una sola parola?
Iginio Massari: il Maestro. I veri grandi hanno un’umiltà spiazzante.
Davide Oldani: eleganza.
Luigi Biasetto: il paese delle meraviglie. Mai rinunciare ai sogni e al tuo lato bambino.
Alessandro Borghese: vitalità.
Bruno Barbieri: senza filtri, nel senso più bello del termine, vero. Con lui ho riso così tanto! Aveva la febbre e stava preparando i tortellini mentre lo intervistavo.
Natale Giunta: energia pura.
Alessandro Breda: amore assoluto per la cucina, l’anti show-man per antonomasia. Lo adoro.
Antonia Klugmann: serenità.
Fabrizia Meroi: il profumo del sottobosco.
Terry Giacomello: genio e tecnica.

Cosa serve, secondo te, per fare bene questo lavoro?
Esattamente quello che serve per fare bene il cuoco: amore, passione, conoscenza, studio, creatività. E ancora amore, e ancora passione. Devi farlo perché è la sola cosa che ti fa stare bene, non per diventare ricca o famosa.

Qual è la tua ambizione più grande? Hai un sogno nel cassetto da realizzare?
Non rinunciare mai alla scrittura è la forma più alta di ambizione e rispetto che posso regalare a me stessa. Ho tanti sogni e altrettanti progetti in tal senso, alcuni più vicini nel tempo (che non svelo per scaramanzia) altri meno. Ho più sogni che anni di vita davanti a me in verità. Ma se c’è una cosa che so per certo è che bisogna sempre camminare verso i sogni. Perché i sogni nascono nella parte più vera e profonda di noi stessi, guadano al futuro, prendono la forma di progettualità e ci aiutano a dare un senso anche alle cose brutte che la vita ci mette davanti.

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