Giornalista enogastronomico, docente, consulente e formatore: Nello Gatti è una figura di riferimento nel mondo del vino e del food & beverage management. Da anni è impegnato in prima linea nella divulgazione culturale e professionale legata all’enogastronomia, portando in aula un approccio multidisciplinare, pratico e critico.
In Italian Food Academy è docente di Wine Marketing, Critica Gastronomica e Food & Beverage Management, corsi nei quali unisce teoria, esperienze sul campo e un confronto continuo con le trasformazioni dell’industria.
Con uno sguardo attento all’evoluzione dei linguaggi, ai nuovi modelli di business e alle esigenze del mercato, Nello Gatti lavora ogni giorno per formare professionisti consapevoli, dotati di spirito critico e visione strategica. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo approccio alla formazione, tra nuove sfide e aspirazioni future.
Insegni Wine Marketing, Critica Gastronomica e Food & Beverage Management: come adatti i tuoi metodi per studenti con background diversi?
Ogni corso ha un duplice obiettivo: in primis, ricevere gli strumenti e le informazioni utili per poter comprendere e analizzare il settore, poi, adattare ogni modello per poter migliorare o costruire la carriera di ognuno. Anche per questo motivo, ogni corso parte con una sessione di conoscenza reciproca tra il docente e la classe, dove si affrontano tematiche legate alla carriera e relative all’industry, così da poter affrontare con lucidità il percorso di studi e trovare analogie o eventuali ispirazioni non solo dai docenti, ma anche dai colleghi. È importante che la formazione sia un mezzo che aiuti a comprendere i processi e lo scenario, dando opportunità concrete di poter contribuire a vario titolo con un bagaglio di conoscenza più ampio. Inoltre, è fondamentale seguire gli iscritti a percorso concluso con sessioni di aggiornamento e supporto tailor made. A tal proposito, sono impressionato dai traguardi e dalla bravura di alcuni studenti e sono felice del rapporto di stima reciproca che si è creato negli anni. Tra gli altri vantaggi, non è un elemento da sottovalutare l’importanza del network e la possibilità di fare rete tra professionisti (di oggi e di domani) del settore.
Parli di un gap tra formazione teorica e realtà aziendale: come lo affronti concretamente in classe?
Nulla di nuovo in Italia, insomma. Troppo spesso la didattica limita la propria offerta teorica senza riscontro concreto, basandosi sulla mera fruizione passiva di nozioni. Così facendo, c’è il rischio di catapultare l’individuo in un mondo del lavoro molto diverso, dove il bagaglio teorico trova molto poco spazio e le persone non riescono a intravedere il proprio potenziale per poter contribuire a un cambiamento. È fondamentale sottoporre casi studio, svolgere workshop e cogliere elementi dove la risorsa può inserirsi a pieno titolo e intraprendere un percorso in piena autonomia. È necessario un quotidiano e diretto contatto con il mondo del lavoro e con le Aziende per essere ben consapevoli delle richieste e delle problematiche che affronta il settore, così da poter preparare gli allievi ad essere parte della soluzione.
L’approccio multidisciplinare è un tuo tratto distintivo: come lo metti in pratica durante i tuoi corsi (es. esercitazioni, case studies)?
Ho la fortuna di essere giornalista e quindi sono abituato ad approfondire, verificare e indagare. Mi piace sottoporre in aula dei “test” in cui analizziamo alcune news o trend, come i vini in lattina o i dati relativi al calo dei consumi del vino in Italia, così da poter separare lo slogan dalla notizia e la notizia dall’informazione. È interessante notare in questi casi come alcune notizie che sembrerebbero così attuali, sono invece ciclicamente riproposte e “spoglie” di informazioni esaustive. Dobbiamo stimolare il ragionamento dei nostri corsisti, non abituarli a pensare come vorremmo noi. Devono avere piena consapevolezza delle mille sfaccettature di questo mondo, ma anche essere in grado di integrare e analizzare ad ampio raggio, senza limitarsi al proprio settore e senza cadere nella trappola delle fake news. Oggi disponiamo di diversi strumenti che ci possono aiutare nell’organizzazione e nella pianificazione del lavoro, ma dobbiamo stare attenti a non delegare, per pigrizia o per furbizia, il senso critico e creativo all’IA.
Parli spesso di soft skill come ‘onestà intellettuale’: come fai a farle emergere e coltivare in chi ti segue?
Viviamo un’epoca veloce, nei cambi e nelle tendenze, e questi “tempi rapidi” hanno anche radicato in molte persone smanie di arrivismo. Esistono diverse scorciatoie per potersi auto-proclamare qualcosa oggi sulla base di numeri anziché competenze, come nel mondo dei social network per esempio. Per questo motivo, è fondamentale costruire la propria carriera sulle competenze e su valori etici. Non voglio illudere nessuno, sappiamo benissimo che il mondo del lavoro è inquinato da malcostume, inganni, difetti di forma e di sostanza, ma ciò non deve farci perdere di vista l’importanza degli obiettivi e della community. Per raggiungere i propri traguardi nel lavoro occorrono sacrifici e la professionalità si misura in termini diversi da quelli che a volte ci appaiono guardando in giro. Bisogna costruire su basi solide e un primo pilastro fondamentale è l’onestà intellettuale. Tranquilli che l’improvvisazione, prima o poi, salta fuori.
Il ruolo del wine ambassador va oltre i social: quanti momenti “dal vivo” includi nella tua didattica (visite, eventi, degustazioni)?
Sono momenti assolutamente necessari per poter comprendere al meglio la realtà dei fatti. Durante il corso si affrontano diverse tematiche che poi vanno analizzate e confrontate con il “mondo vero”. Attraverso le visite si possono cogliere meglio gli aspetti organizzativi delle aziende, mentre le degustazioni sono propedeutiche a quel contributo professionale che ci auguriamo i nostri studenti possano dare in futuro. Il tutto è intervallato da eventi, comunicazione, strategia e vendita, affinché ogni persona possa essere in grado di cogliere i diversi elementi di un’Azienda e rendersi pro-attivo nell’ottimizzazione dei processi di gestione. Non basta farli ascoltare o vivere l’esperienza, voglio metterli all’opera, ecco.
Cosa serve, oggi, per raccontare al meglio il vino?
Tanto coraggio, perché alcuni modelli vanno assolutamente ridefiniti ma il comparto è ancora disgregato, intriso di retorica e arrugginito. Si parla tanto di allontanamento di alcune fasce di consumatori dal mondo del vino e di aggiornamento dell’offerta didattica, ma negli ultimi anni ho visto molti più slogan che azioni concrete. Le divise, le schede tecniche a punteggio e quel “codice” molto distante dai tempi attuali hanno sicuramente contribuito a questo distanziamento; dobbiamo avere il coraggio di intraprendere nuove direzioni, poggiando su competenze aggiornate e una fruizione diversa. Oltre ciò, consiglio a tutti un po’ di sana “gavetta” e un approccio multi-disciplinare in modo da potersi inserire nel contesto lavorativo con apertura mentale e la consapevolezza giusta. Ovviamente, bisogna anche pretendere trattamenti retributivi e condizioni lavorative adeguate, ricordandoci che ogni relazione professionale si basa su un mutuo miglioramento non solo economico. A tal proposito, resta ancora tanto da fare nel mondo del vino, dal giornalismo agli stagisti in cantina, dagli addetti agli eventi agli operatori in vendemmia. Non voglio creare una nuova puntata di Report da tutto ciò, ma invitare a un esame di coscienza l’intero comparto, quello sì. Avete visto cosa sta succedendo nella ristorazione?
Quale cambiamento vedi nei giovani professionisti che escono dai tuoi corsi?
Noto un approccio molto più dinamico. A volte si entra in aula con idee confuse e poca consapevolezza delle molteplici opportunità, per poi uscirne con grinta verso un percorso ben delineato. Tutto ciò mi gratifica enormemente, perché non siamo solo docenti incaricati di trasmettere nozioni, ma anche tutor di potenziali scommesse che potrebbero riscrivere le regole del settore, ed è nostro compito aiutarle e supportarle. Periodicamente ricevo gli aggiornamenti di ex studenti che hanno il piacere di condividere con me le loro nuove posizioni lavorative o i loro progetti, e non nascondo l’emozione nel sentirmi coinvolto nei loro successi. Dopo diversi anni di docenza posso solo confermare una cosa: il corso può cambiarti la vita se lo affronti con l’attitudine e la determinazione giusta.
Come deve evolvere la formazione enogastronomica per includere sostenibilità, filiera e digital marketing?
Sono elementi interconnessi e non possiamo non tener conto dell’interdipendenza di questi ed altri elementi in materia enogastronomica. Dal turismo alla natura, dai fenomeni climatici a quelli geopolitici, occorre visione d’insieme ed è necessario saper intraprendere operazioni di sistema, distretto di filiera e network professionale. Il digital marketing è il collante tra domanda e offerta, tra ciò che si fa e ciò che si dice (e vede), ed è fondamentale un suo corretto utilizzo e sviluppo che non si limita al racconto auto-celebrativo, ma che sappia integrare le piattaforme con finalità di brand e di business.
Un consiglio per chi vuole diventare formatore nel mondo del food e del vino; da dove dovrebbe cominciare?
Preparati, la strada è lunga e tortuosa! Dovrai scontrarti contro i “vecchi” che hanno monopolizzato il sistema e affrontare tematiche che potrebbero non trovare ampio interesse nel pubblico. Premesso ciò, se pensi che un cambiamento sia necessario e la tua voglia di contribuire non è dettata dal tuo ego, difendi le tue tesi arricchendole con il contributo di altri professionisti, raggiungi punti di vista diversi e sfida le convenzioni con studio e lungimiranza. Il tempo scorre veloce mentre alcuni corsi sono ancora improntati sulla “piramide della qualità” e la fruizione passiva degli studenti, dalle nozioni alla degustazione. Ma se fossi tu in cattedra, penseresti davvero a tutto ciò che ti dicono?



