Nella parte sud della Cina, precisamente nella regione dello Yunnan, si staglia il suggestivo paesaggio della foresta di pietra. Tra pinnacoli rocciosi e dedali di grotte, la magia di questo posto prosegue con il verde lussureggiante degli alberi da te. Il grande fiume Mekong, che separa le montagne crea, proprio in questa parte della Cina, un microclima sorprendente, capace di dare vita a tante specie floreali, disseminate tra acri di foresta pluviale che sopravvivono ancora, intatte e incontaminate.
E’ qui che cresce una specie di Camellia, dalla quale si produce uno dei tè più pregiati e particolari di tutta la Cina: il tè Puerh, una specie di tè post-fermentato, dai tantissimi benefici per l’organismo.
Pare infatti che l’alta concentrazione di polisaccaridi presenti in questo tè, abbiano un effetto ipoglicemizzante, sono cioè in grado di regolare la quantità di zuccheri nel sangue, mentre catechine e polifenoli sono fondamentali per la loro azione antiossidante, e sono capaci di ridurre la presenza di grassi e colesterolo nel sangue, modulando l’assorbimento a livello intestinale, oltre ad avere effetti neuroprotettivi.
Non solo: le foglie del Puerh sono ricche di ferro, vitamine B, C, K, aiutano la digestione e le funzionalità del fegato e il rafforzano del sistema immunitario grazie agli antiossidanti.

La leggenda della Via del Tè e dei Cavalli
Si narra che il caratteristico sapore fermentato del Pu-erh sia nato per caso durante i lunghi viaggi carovanieri (che duravano anche 8-10 mesi) tra lo Yunnan e il Tibet. L’umidità e le variazioni di temperatura all’interno dei panetti pressati trasformavano le foglie, rendendo il tè più pregiato e complesso.
Ci sono molte leggende legate al tè in genere, segno che questa bevanda, considerata nella antica cultura cinese una specie di medicina, ha sempre avuto un forte impatto sulla vita delle popolazioni asiatiche.
Una storia racconta di un devoto contadino buddista che offriva ogni giorno una tazza di tè alla Dea Kuan Yin. Una notte, la dea gli apparve in sogno indicandogli una pianta di tè cresciuta in una fenditura di un dirupo, che divenne la fonte del suo Pu-erh.
Il tè puerh viene anche chiamato “Tè dei Nomadi”, perché anticamente veniva trasportato a dorso di un cavallo o yak per essere poi scambiato dai nomadi tibetani con cavalli preziosi per l’esercito cinese. Per facilitare il trasporto, veniva poi confezionato in piccoli panetti a forma di focacce e questa usanza è mantenuta ancora oggi, tant’è che si trovano in commercio delle bellissime confezioni con stampe orientali e richiami alla cultura cinese.
Il Pu-erh è un tè dal sapore particolarissimo, deciso, molto legnoso, di terra e sottobosco, ma al contempo morbido, avvolgente, con una piacevole amarezza che si trasforma in dolcezza e un contenuto non esagerato di teina. Come il vino, è un tè da invecchiamento, cresce di valore e complessità con il passare degli anni, ed è simbolo di saggezza e pazienza.
Gli alberi antichi del tè Pu-erh, originari dello Yunnan e della varietà Da Yeh (foglia grande), sono comunemente chiamati Gǔshù (古树), che significa “vecchi alberi”. Possono avere centinaia o oltre mille anni, differenziandosi per età e metodo di coltivazione e sono un vero e proprio spettacolo naturale. Tronchi possenti si innalzano al cielo con i loro rami contorti che raccontano antiche leggende, leggende di viandanti, di popoli e profumi, di tradizioni che si tramandano tra conoscenza e magia, tra quotidianità e spiritualità.
Avvicinarsi al Pu Erh: oltre il mito della perfezione
Per chi si avvicina per la prima volta al tè puerh, il momento della preparazione può risultare sorprendentemente disorientante. Tra regole apparentemente rigide, temperature precise al grado e tempi di infusione millimetrici, è facile pensare che preparare un buon Pu Erh sia un rituale misterioso riservato solo agli esperti. In realtà, la preparazione del tè non è una scienza esatta, ma un’arte. E come ogni arte vive di sensibilità, attenzione e ascolto.
Il tè come esperienza, non come formula
Non esiste una tazza di tè perfetta, né un metodo universalmente corretto. Ogni infusione è influenzata dall’ambiente, dall’umore di chi prepara il tè e dal tempo che si decide di dedicargli. Preparare il Pu Erh significa rallentare, osservare e lasciarsi guidare dall’esperienza. Tuttavia, come ogni artista all’inizio del proprio percorso, anche chi si avvicina a questo tè ha bisogno di una bussola. Conoscere strumenti, metodi e principi di base non serve a seguire regole rigide, ma a sviluppare un intuito personale.
Strumenti essenziali: semplicità o tradizione
La preparazione del tè Pu Erh può avvenire anche con strumenti molto semplici. Una tazza o una teiera comune sono più che sufficienti, soprattutto se abbinate a un colino per separare le foglie dall’infuso.
In alcuni casi le foglie non vengono nemmeno rimosse, come nel cosiddetto metodo “nonno”, una pratica informale e antica in cui il tè resta nella tazza per tutta la durata della bevuta.
Chi desidera un approccio più tradizionale e meditativo può invece utilizzare un gaiwan, la classica ciotola con coperchio, oppure una teiera in argilla Yixing. Il gaiwan è neutro e adatto a qualsiasi tipo di Pu Erh, mentre le teiere Yixing, grazie alla loro argilla porosa, assorbono nel tempo gli aromi del tè. Per questo motivo è consigliabile dedicare una teiera al Pu Erh crudo e una a quello maturo.
La temperatura dell’acqua: una guida, non un’ossessione
La temperatura dell’acqua gioca un ruolo importante, ma non deve diventare un’ossessione. Per il Pu Erh, in particolare per quello maturo e per molti tè compressi, l’acqua appena bollita, tra i 95 e i 100 gradi, è generalmente la scelta ideale.
Con l’esperienza, però, si può iniziare a sperimentare anche temperature più basse, soprattutto con Pu Erh giovani e delicati, che talvolta rivelano sfumature interessanti se trattati con maggiore gentilezza.
Il metodo “nonno”: il tè nella sua forma più spontanea
Il metodo più semplice è quello “nonno”, probabilmente anche il più umano. Si mettono alcune foglie di tè direttamente in una tazza capiente e si aggiunge acqua calda.
Non esistono veri tempi di infusione: si beve quando il sapore è di proprio gradimento e, se il tè diventa troppo intenso, basta aggiungere altra acqua. Questo metodo insegna a dialogare con il tè e ad ascoltarlo mentre cambia nel tempo, rendendolo perfetto per l’uso quotidiano.
Il metodo occidentale: controllo e praticità
Il metodo occidentale rappresenta un passo intermedio. Utilizzando una tazza o una teiera con filtro, si controlla meglio l’infusione e si ottiene un risultato più costante.
Le foglie hanno spazio per aprirsi e il tè può essere reinfuso più volte, modificando leggermente i tempi a seconda dell’intensità desiderata. È un approccio pratico, ideale per chi vuole esplorare il Pu Erh senza rinunciare alla comodità.
Gongfu cha: il cuore della tradizione
Il cuore della tradizione è la preparazione gongfu. Il termine significa letteralmente “impegno” o “sforzo” e descrive perfettamente questo metodo, in cui l’attenzione ai dettagli permette al tè di esprimere tutta la sua complessità.
Le infusioni sono brevi, le quantità di foglie generose e le sessioni numerose. Prima di iniziare, gli strumenti vengono riscaldati e le foglie risvegliate con un rapido risciacquo, che non serve a estrarre sapore, ma a preparare il tè alla vera infusione. Ogni passaggio diventa un dialogo tra acqua e foglie.
La brocca dell’equità: armonia nella condivisione
Durante una sessione gongfu è comune utilizzare una brocca intermedia prima di servire il tè nelle tazze. Questo passaggio garantisce che ogni sorso abbia la stessa intensità e lo stesso equilibrio.
Senza questa accortezza, il tè versato per primo sarebbe più leggero e quello versato per ultimo più concentrato. Non a caso queste brocche sono chiamate brocche dell’“equità”.
Coltivare una relazione con il tè
Preparare il tè Pu Erh, in definitiva, non significa seguire una formula perfetta, ma coltivare una relazione. Ogni sessione è un’occasione per imparare qualcosa di nuovo, non solo sul tè, ma anche su se stessi.
Con il tempo, le regole diventano riferimenti, gli strumenti diventano familiari e l’infusione si trasforma in un gesto naturale, guidato dall’esperienza e dal piacere dell’esplorazione.



